Tuesday, July 3, 2012

Saggistica e Opinioni - Qualcosa che scrissi sul fumetto

Spulciando tra le cartelle del computer, cercando di fare pulizia eliminando - se mai ci riuscissi - vecchi file, ho trovato alcuni file word piuttosto interessanti.
Ho studiato molto il fumetto, ho letto numerosi saggi, ho letto fumetti.
Ed ho anche scritto in proposito. Vuoi che fosse per un forum, per un blog o per la tesi di laurea... ci ho prodotto anch'io qualcosa. Quando mi capita di rileggere mi vengono i brividi. Certo, qualche frase è ispirata da discorsi più ampi che ho approfondito su libri scritti da altri, ma la maggior parte delle parole e della punteggiatura è stata posta l'una dietro l'altra dalla sottoscritta. E resto a mia volta sorpresa non ricordando quanto sia piacevole ed interessante il testo che ho scritto.
Ho deciso di proporre qualche pezzetto anche sul blog.
Questo brano è un rimaneggiamento di altri testi che scrissi quando frequentavo il primo triennio dell'università, ed è a sua volta l'introduzione ad un ennesimo altro mio scritto sempre riguardante il fumetto come mezzo di comunicazione e di educazione.

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 Spesso, la sera prima di addormentarmi, o sul treno, o in metropolitana, leggo un albo a fumetti.
A volte, alla fine della lettura, medito sul senso di quello che ho letto: ammiro le soluzioni grafiche dei disegnatori e quelle narrative degli sceneggiatori, vado a riguardare le pagine con le sequenze di maggior impatto emozionale, dopodiché chiudo l'albo e lo ripongo con cura ...dove capita in attesa che mi venga voglia di riporlo sull'apposito scaffale.
Io stessa, nel momento in cui voglio comunicare qualcosa, vedo apparire nella mia mente le immagini come fossero le vignette di un fumetto. Sequenza dopo sequenza.
In una società come la nostra, abituata alla comunicazione di massa, ai messaggi pubblicitari e non pubblicitari veicolati attraverso canali sempre più multimediali, si sente dire spesso che si sta perdendo il senso della lettura: si leggono pochi libri e pochissimo i quotidiani e in questa pochezza spicca il recente fenomeno dei quotidiani distribuiti gratuitamente in alcune grandi città d’Italia.
Questo scenario è solo parzialmente negativo: infatti se da un lato si corre il rischio di “disabituarsi” alla lettura pura e semplice a discapito di una visione di insieme delle informazioni che ci giungono, dall’altro si impone un affinamento delle capacità di “leggere il mondo”, ossia, come afferma Giovanni Genovesi “recuperare in pieno l’etimo del termine lettura il cui significato si è reso unilaterale nel tempo per ragioni storiche [....] che determinarono il primato del linguaggio scritto su qualsiasi altra forma di comunicazione”. Leggere significa quindi dare una struttura ad una serie di informazioni di per sé anarchiche. In altre parole l’educazione deve portare a compimento il suo fine ultimo, operando dei cambiamenti sociali educendo delle capacità dagli educandi.
Il fumetto, come tutto il resto può o non può essere veicolo educativo al pari degli altri mezzi di comunicazione di massa.
Attraverso il fumetto è possibile portare avanti delle idee, delle posizioni, dei messaggi, nello stesso modo con cui lo fanno i libri, i quotidiani, ma anche la televisione e la radio: può o non può veicolare un certo tipo di messaggio al destinatario, a seconda delle intenzioni del mittente, al pari degli altri mezzi di comunicazione di massa.
Importanti sono stati i rapporti che il fumetto ha intrattenuto negli anni con gli altri linguaggi della comunicazione di massa, in particolare con il cinema, del quale è considerato quasi un possibile cugino e col quale si influenza vicendevolmente in un piacevole incontro-scontro. La possibilità di sfruttare inquadrature dinamiche e la stesura della sceneggiatura li rendono quasi complementari.
Probabilmente il fumetto nasce quando l’uomo delle caverne, prima ancora che venisse inventata la scrittura, tentava di riprodurre con disegni sulle pareti di roccia, le pareti della sua dimora, le sue avventure di guerra e di caccia.
L’uomo imparò prima a disegnare e poi a scrivere, o meglio imparò a scrivere attraverso il disegno, basti pensare ai geroglifici egiziani. Insomma, arrivando ai giorni nostri, una lunga storia di cui il fumetto, nella sua forma di espressione immediata e semplice è riuscito ad essere frequentemente non solo un mezzo di comunicazione quasi universale, ma anche una forma di espressione della cultura e della tradizione dei suoi autori.
Il fumetto è teoria (la narrazione) e pratica (il disegno) insieme. Il fumetto è arte invisibile[1]. Esso si basa sulla creatività del lettore persino più che sulla creatività degli autori stessi, facendo leva sui punti di forza narrativi ed utilizzando il margine come suo elemento caratterizzante.
Ed è sì un mezzo di comunicazione, ma anche un forte alleato dell’educazione. Può essere utilizzato all’interno di percorsi pedagogici o come testo complesso da analizzare.
Per definire il fumetto come strumento educativo, mi avvarrò di parole non mie: “I temi affrontati in queste pagine sono una piccola parte del grande tesoro nascosto nei meandri di una forma narrativa che riesce a esprimere con la sua versatilità immagini, sensazioni, pensieri, messaggi, conoscenze, saperi. Chi non ha mai letto fumetti non è un lettore completo, e oggi può essere tranquillamente definito analfabeta di un medium dei nostri giorni, come sta accadendo per l’informatica e altre tecnologie che creano problemi a chi non le conosce.
Per un insegnante non conoscere il fumetto non significa solo voler rinunciare a un mezzo che potrebbe essergli di grande aiuto nella didattica, ma diventa anche un problema di impossibilità di potersi confrontare integralmente con i propri alunni poiché invece di porsi verso la conoscenza di altri linguaggi preferisce nascondersi dietro ai pregiudizi. Del resto atteggiamenti di questo tipo sono ricorrenti: è accaduto ai disegni animati, ai fumetti, ai videogiochi, a internet e continuerà ad accadere a tutto ciò che per la scuola è nuovo e diverso. [...] La civiltà si è raggiunta cambiando. Tutto ciò che è nuovo è prodotto dalla civiltà. Per criticarlo o apprezzarlo bisogna prima conoscerlo.[2]
Queste parole sono più che vere ed ho avuto il modo di rendermene conto di persona.
Mi trovavo a casa di un’amica di mia madre. L’amica ha una figlia che allora frequentava la prima media, ero lì in attesa del termine della chiacchierata delle due mamme e mi offrii di darle una mano coi compiti. Tra un esercizio e l’altro, scoprimmo alcuni interessi comuni nonostante gli anni di differenza. Tra questi, alcune letture che anche io avevo fatto anni prima e l’intramontabile produzione a fumetti Disney.
Doveva analizzare alcune fiabe secondo le sfere d’azione individuate da Propp ed era indecisa sull’assegnare alcuni ruoli a certi personaggi. Sfogliai quel libro per ripassare quelle nozioni che quasi avevo dimenticato. Erano anni che non prendevo in mano un libro di antologia. Era abbastanza diverso da quello che utilizzai io in prima media. Sul mio libro non c’erano i fumetti. Anzi, c’erano ma erano delle strisce molto vecchie e poco attuali, analizzate nel peggior modo possibile e come se non fossero al medesimo livello di un quotidiano, un libro di narrativa o una canzone. Le tavole che trovai su questo nuovo libro di antologia, invece, erano tavole molto recenti di nemmeno una decina di anni prima. Tra le tavole, anche una tratta dall’albo PKNA#0 – Evroniani.
La ragazzina rimase colpita da come, guardando di sfuggita la tavola, le sapessi dire anche chi fosse il disegnatore. Lessi le attività correlate e le trovai interessanti e ragionate. Chi aveva realizzato quel libro aveva fatto delle scelte oculate ed aveva integrato bene il fumetto con le altre forme narrative.
La ragazzina mi disse che la professoressa aveva saltato quei capitoli dedicati al fumetto perché non ne capiva nulla e non voleva metterci il naso.
Come è possibile?
Quando andavo alle scuole medie, la professoressa d’italiano raccomandava a tutti di comprare il Giornalino e di leggerlo in ogni sua parte: dalle rubriche della posta ai fumetti. E, soprattutto, di leggere la Divina Commedia che in quegli anni era pubblicata a puntate all’interno della rivista, sotto forma di fumetto.
La professoressa in questione non era però molto ferrata sull’argomento “fumetto”. Era solo un modo per farci avvicinare alla letteratura attraverso l’immagine, più facile e semplice da capire. Anche se anni fa non me ne rendevo conto.
Il fumetto può essere il primo passaggio verso una lettura più impegnata ed impegnativa, come l’esempio della Divina Commedia a fumetti, ma se ne distacca e diventa un prodotto “difficile” se lo si vuole analizzare di per sé, proprio come linguaggio specifico . Limitandosi all’analisi del contenuto, l’individuazione delle sfere d’azione e la risposta a semplici domande può ritenersi esaustiva; ma, se si vuol analizzare il fumetto ricercando figure retoriche ed artifici letterari, si deve necessariamente analizzare il disegno e l’aspetto grafico.
Che sia questa duplicità del fumetto a spaventare gli insegnanti?
Forse no. Forse quel che spaventa del fumetto è la sua forza di mettere in moto la creatività che “diventa essenziale nei processi di ristrutturazione e formazione di modelli altri perché libera da prigioni concettuali, cambia i punti di vista.”[3] Insomma mette in moto il cervello e favorisce il comprendere.
Date queste premesse nei confronti del fumetto in quanto mezzo di comunicazione e possibile alleato della didattica, ecco una bella “guida al comprendere” i fumetti: curiosità, caratteristiche generali e inviti all’analisi.
Affinché il fumetto possa essere apprezzato da tutti come mezzo di comunicazione educativo.


[1]
Scott McCloud, “Capire il fumetto. L’arte invisibile” (ed. or. “Understanding comics. The invisible art”, Kitchen Sink Press, 1993), Torino, Vittorio Pavesio Production, 1996.
“Vedete quello spazio tra le vignette? È quello che nei fumetti si chiama «margine». E, nonostante la semplicità del termine, il margine ospita molta della magia e del mistero che sono nel cuore stesso dei Fumetti! Qui, nel limbo del margine, l’immaginazione umana prende due immagini separate e le trasforma in un’unica idea. Tra le due vignette non vediamo nulla, ma l’esperienza ci dice che deve esserci qualcosa. [...] Ogni atto che il disegnatore affida alla carta è aiutato e istigato da un complice muto. Un socio paritario nel delitto noto come lettore. In quest’esempio posso aver disegnato un’ascia che viene sollevata, ma non sono quello che l’ha lasciata cadere o che ha deciso con quanta forza colpire, o chi ha gridato, o perché. Quello, caro lettore, è stato il tuo crimine personale.”


 [2] Gianna Marrone, “Il fumetto tra pedagogia e racconto. Manuale di didattica dei comics a scuola e in biblioteca.”, Latina, Tunué, 2005.

[3] Corso di Pedagogia e didattica dell’arte A.A. 2006/2007 di Donella Di Marzio

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